Quello che fino ad oggi è stato conosciuto come dipendenza patologica è, in realtà, una risposta normale alle avversità sperimentate nell’infanzia, proprio come il sanguinamento è una risposta normale per essere pugnalato.

A dirlo una nuova ricerca americana condotta dal dottor Daniel Sumrok, ma a conti fatti, niente di nuovo sul fronte dipendenze, medici e specialisti sanno che è così per tutti i pazienti con dipendenza patologica, ma forse questa ricerca aiuterà anche i non addetti ai lavori a capire cosa c’è dietro le addictions.

La soluzione per cambiare il comportamento compulsivo, compulsivo illegale o malsano della dipendenza oppiacea, secondo il dottor Sumrok direttore del Centro per le Scienze di Addiction presso l’Università di Tennessee Health Science Center del College of Medicine, è affrontare individualmente e nella terapia di gruppo le esperienze avverse dell’infanzia (ACE) di una persona.

Ciò che introduce Sumrok è tanto obsoleto quanto scioccante. Sostiene, infatti, che i pazienti con dipendenza andrebbero trattati, negli ambulatori, nei centri preposti e dalla società civile, con rispetto, come se fossero normali pazienti di altri servizi e non come scarti della società o delinquenti incalliti senza possibilità di recupero, fornire loro assistenza farmacologica sotto forma di buprenorfina, un oppioide usato per trattare la dipendenza da oppiacei; e aiutarli a trovare un comportamento ritualizzato compulsivo di compiacimento che non li ucciderà né li metterà in prigione.

Sumrok ha messo insieme gli ingredienti per un approccio rivoluzionario alla dipendenza. In Italia, infatti, questi pazienti vengono sgridati, puniti, obbligati a chiedere scusa ai loro cari per la sofferenza causata. Nessun altro tipo di malato si scusa per essersi ammalato, ma su questo punto va fatta una precisazione: capire non è giustificare pertanto è importante che anche i pazienti siano a conoscenza della patologia e di come funziona (cosa che non avviene quasi mai) per poter partecipare attivamente alla cura e presa  in carico.

Sorprendentemente, è una formula abbastanza semplice: trattare le persone con rispetto invece di accusare o sconvolgere. Ascolta attentamente quello che hanno da dire. Integrare le tradizioni curative della cultura in cui vivono. Se necessario, usare farmaci da prescrizione. E integrare lo studio delle ACEs (esperienze infantili averse) nella terapia individuale e di gruppo.

Il concetto di ACE proviene da una ricerca innovativa che ha esaminato come dieci tipi di traumi: abuso fisico, emotivo e sessuale; negligenza fisica ed emotiva nelle cure parentali; vivere con un familiare dipendente da alcool o altre sostanze, o che sia depresso o che abbia altre malattie mentali; sperimentare il divorzio o la separazione dei genitori; avere un membro della famiglia incarcerato e vivere con le sofferenze irrisolte di una madre abusata.

Ulteriori ricerche ACE includono il razzismo, la testimonianza della violenza al di fuori della casa, il bullismo, la perdita di un genitore, il vivere in un quartiere non sicuro e il coinvolgimento con il sistema di assistenza alle famiglie, l’essere senza casa, vivere in una zona di guerra, essere un immigrato (facendo riferimento alle traversie affrontate nel viaggio e a quelle di integrazione in altre culture), assistere all’abuso di un fratello, assistere un padre o un altro caregiver o un familiare che è stato abusato, coinvolgimento familiare nel sistema giudiziario penale, frequentare una scuola che impone una politica di disciplina della tolleranza zero, ecc.

Lo studio del dottor Sumrok evidenzia che rispetto alle persone che non hanno riportato traumi (ACE), questi soggetti sono due o quattro volte più esposti all’uso di alcool o di altri farmaci o di iniziare a utilizzare farmaci in età avanzata. Gli oppiacei, infatti, hanno un effetto sedativo sulle angosce, paure, ansie e alti stati emotivi che derivano da questo tipo di traumi che non sono sempre immediati alla mente del paziente, ma metabolizzati in anni di violenze, fisiche o emotive, divengono un “normale” disagio da sedare per la persona stessa.

Cosa c’è di nuovo in questa posizione, verrebbe da dire nulla se non fosse che è rivolta ai cosiddetti “tossici” e va ad eliminare quindi l’idea diffusa che vuole che la droga arrivi perché una persona è pigra o naturalmente dedita alla delinquenza. Dietro ad un atteggiamento menefreghista e senza aspettative si cela un disagio che la persona non sa gestire se non con la droga o con un comportamento dipendente.

Sumrok normalizza la dipendenza e spiega che la gestione delle emozioni e del vissuto che i pazienti hanno adottato è dovuta all’impossibilità di accedere ad una sana alternativa in giovane età.

Nei prossimi articoli cercherò di reperire quante più informazioni possibili rispetto al metodo ACEs del dottor Sumrok per poter meglio comprendere di quali step si compone.

Il Centro Bresciano di Solidarietà ha ripreso la sua attività il giorno 01/09/2017 ed è a disposizione delle famiglie al numero 030.2301290.

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