Uno studio condotto su 144 studenti dell’Oklaoma che assumevano stimolanti, sia legalmente prescritti che illegali, ha fatto emergere differenze di neuroimaging tra quelli predisposti all’uso di sostanze e gli altri.

Secondo un nuovo studio condotto da Martin Paulus, Ph.D., del Laureate Institute of Brain Research ( http://www.laureateinstitute.org/ ), Tulsa, l’attività nelle regioni del cervello che prendono decisioni in persone che usano stimolanti predice chi interromperà l’uso.

La ricerca è stata pubblicata da Biological Psychiatry: Cognitive Neuroscience e Neuroimaging (https://www.biologicalpsychiatrycnni.org/ ) , ha misurato l’attività cerebrale in giovani adulti che utilizzano stimolanti come cocaina; anfetamine o farmaci come Adderall e Ritalin (normalmente non in uso in Italia).

La maggior parte degli studi precedenti sulla dipendenza si è concentrato su utenti cronici, rendendo difficile estrapolare la causa del disturbo dagli effetti del consumo a lungo termine. Trovando differenze tra i gruppi prima dell’uso problematico, i risultati suggeriscono che alcuni tipi di organizzazioni cerebrali potrebbero essere maggiormente soggette a vulnerabilità che predispongono un individuo alla dipendenza .

Melanie Blair, prima firmataria dell’articolo e studentessa di dottorato nel laboratorio di Jennifer Stewart, Ph.D., della City University di New York (http://www2.cuny.edu/ ), e colleghi hanno utilizzato l’imaging cerebrale per misurare l’attività di diverse regioni del cervello coinvolte nel processo decisionale in 144 giovani adulti. Durante le scansioni cerebrali, i partecipanti hanno svolto un compito che richiedeva loro di prendere decisioni rischiose o sicure. Sebbene tutti i partecipanti allo studio stessero sperimentando degli stimolanti al momento dell’indagine, alcuni hanno mostrato una tendenza a fare scelte più rischiose.

«Rispetto agli individui che hanno smesso di usare, quelli che hanno sviluppato in seguito dei problemi di dipendenza erano più reattivi alle ricompense e hanno mostrato un’attività più debole nelle regioni del cervello che sono fondamentali per il processo decisionale», ha detto la dottoressa Blair. Questi partecipanti mostravano un’attività inferiore in un circuito cerebrale che fornisce un feedback sulle decisioni rischiose, suggerendo che potrebbero non essere efficaci nell’adattare il loro comportamento sulla base di esperienze rischiose precedenti.

L’attività cerebrale più debole nelle regioni associate al processo decisionale prevedeva anche un maggiore uso di marijuana in futuro.

Non è ancora chiaro se le differenze cerebrali emerse nello studio saranno efficaci nel predire i risultati a livello individuale, il che sarebbe uno strumento prezioso nella clinica e cura dei pazienti.

L’identificazione di individui a rischio potrebbe portare a misure di screening accurate e interventi mirati che riducano i disturbi dell’uso di sostanze.

Studi come questo dimostrano come l’uso dei moderni compiti neuroscientifici e l’imaging cerebrale stiano facendo un passo avanti verso un approccio completamente nuovo alla previsione prospettica del rischio di dipendenza in età adulta

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