I genitori e i parenti dei tossicodipendenti si chiedono senza sosta “perché lo fanno?”. Cercano nel passato o nello stile di vita le ragioni della dipendenza.

Un’ipotesi guarda allo stile di vita pigro e lassista, molti pensano che per il dipendente si tratti di una costante ricerca del piacere e che sarebbe sufficiente per loro una “bella raddrizzata”.

Un’altra corrente di pensiero guarda ai traumi subiti nell’infanzia, violenze, abusi, bullismo, ma poi non tutti quelli che hanno avuto un trauma infantile (https://cebs.it/wp-admin/post.php?post=1832&action=edit) poi diventano dipendenti patologici.

Cos’altro può spiegare la dipendenza patologica?

Negli ultimi anni la neuropsicologia ha fatto grandi passi nella ricerca delle aree del cervello coinvolte nella dipendenza patologica per capire come l’uso ricreativo delle droghe diventi compulsivo, spingendo le persone a fare delle scelte sbagliate.

Miti e false credenze sulla dipendenza

Nel sentire comune la dipendenza patologica non è intesa come una malattia (riconosciuta a livello internazionale), ma ci sono due spiegazioni che normalmente vengono date.

La prima è che l’assunzione compulsiva di droghe sia una cattiva abitudine e che i tossicodipendenti abbiano solo bisogno di “calci” e di una buona “raddrizzata”. Ma la storia umana racconta della presenza della droga già a partire dal 2350 a.C. Impossibile pensare che da allora nessuno abbia dato quelle pedate, ma non si sono mai sentiti i risultati.

Per il cervello umano, infatti, un’abitudine non è nient’altro che la capacità di svolgere compiti ripetitivi, come allacciarsi le scarpe o spazzolare i denti, in modo sempre più efficiente. Le persone sane non vengono solitamente intrappolate in un ciclo infinito e compulsivo di legatura di scarpe.

Un’altra teoria afferma che superare l’astinenza sia troppo duro per molti tossicodipendenti. La sensazione molto spiacevole che si verifica quando il farmaco lascia il corpo, può includere sudorazioni, brividi, ansia e palpitazioni cardiache. Eppure alcuni riescono a superare anche l’astinenza.

La sofferenza causata dall’astinenza viene citata spesso come la ragione per la quale ogni tentativo di smettere sembra destinato al fallimento. Tuttavia, anche per l’eroina, i sintomi dell’astinenza in gran parte diminuiscono dopo circa due settimane; mentre per la cocaina il cosiddetto craving si esaurisce dopo venti minuti. Inoltre, molti farmaci, come il metadone, producono variabili e talvolta solo lievi sintomi da astinenza.

Questo non vuol dire che il piacere, le abitudini o l’astinenza non siano coinvolti nella dipendenza, ma sono davvero componenti necessarie della dipendenza, o la dipendenza potrebbe persistere anche in assenza di questi?

Piacere o desiderio?

La ricerca ha scoperto che, nel cervello, “interesse” e “desiderio” sono due esperienze psicologiche distinte. “Divertimento” si riferisce alla delizia spontanea che si potrebbe sperimentare nel mangiare un biscotto al cioccolato. “desiderio” è il nostro sentire quando osserviamo il piatto di biscotti al centro del tavolo durante una riunione.

Negli anni ’80 i ricercatori avevano concentrato la loro attenzione sulla dopamina. Il cibo, il sesso e le droghe sembrano provocare la liberazione della dopamina in determinate aree del cervello, come il nucleo accumbens.

Ciò ha suggerito che queste aree fossero centri di piacere del cervello e che la dopamina fosse il neurotrasmettitore interno di piacere. Tuttavia, questa idea da allora è stata accantonata. Il cervello ha, infatti, anche altri centri di piacere che non sono modulati dalla dopamina.

La dopamina è responsabile della sensazione di “desiderio”, ma non di “interesse”. Ad esempio, in uno studio, i ricercatori hanno osservato alcuni topi che non possono produrre dopamina nel cervello. Questi ratti avevano perso la voglia di mangiare ma hanno comunque avuto piacevoli reazioni “facciali” quando il cibo è stato messo in bocca.

Le sostanze di abuso innescano un aumento della dopamina – una corsa di “desiderio” – nel cervello. Questo ci impone più droghe. Con l’uso ripetuto di droga, cresce il “desiderio”, mentre il nostro “interesse” per la sostanza sembra stagnare o addirittura diminuire, un fenomeno noto come tolleranza.

In una ricerca sulle condizioni e sulle strutture cerebrali che esacerbano la ricompensa e il valore motivazionale attribuito a un comportamento, in particolare nel contesto della dipendenza, della voglia e della ricaduta Mike Robinnson Assistente Professore di Psicologia, Università Wesleyan

Ha rivolto la sua attenzione ad una piccola sottoregione dell’amigdala, una struttura cerebrale a forma di mandorla meglio conosciuta per il suo ruolo nella paura e nell’emozione scoprendo che l’attivazione di questa zona rende i topi più inclini a mostrare comportamenti di dipendenza. Questa subregione può essere coinvolta in eccessiva “voglia”, anche nell’essere umano, influenzandolo a fare scelte rischiose.

Il risultato dell’assunzione di grandi quantità di droga è un sistema “volere” iperattivo. Un sistema “volere” sensibilizzato innesca intensi attacchi di desiderio ogni volta che si trova in presenza della droga o esposti a stimoli ad essa associati. Questi “suggerimenti” possono includere accessori per l’assunzione della droga, emozioni negative come lo stress o addirittura persone e luoghi specifici. Questa scoperta aggiunge materiale ad una possibile riflessione sul come gestire l’astinenza e il desiderio anche a lungo termine. I segnali di droga sono, infatti, uno dei più grandi problemi del tossicodipendente.

Questi cambiamenti nel cervello possono essere di lunga durata, se non permanenti. Alcuni individui sembrano avere più probabilità di subire questi cambiamenti. La ricerca suggerisce che i fattori genetici possono predisporre determinati individui. I precoci avvenimenti di vita stressanti, come l’avversità infantile o l’abuso fisico, sembrano anche esporre le persone a maggior rischio.

Cosa mettere in discussione

Il risultato di questa nuova ricerca invita a guardare con nuovi occhi a ciò che da sempre è stato fatto: la persona dipendente è invitata a cambiare giro di amico, cambiare ambiente, cambiare abitudini, ma soprattutto a cambiare il modo con il quale vive e percepisce se stesso e la propria dipendenza. Mettendo in discussione le proprie abitudini l’individuo può iniziare a capire come queste agiscono su di lui.

Se ogni mattina una persona si alza e sente il bisogno della droga può chiedersi cosa nella sua giornata lo porti a reagire così e capire cosa, di quel pensiero, ha associato alla sostanza interrompendo così il circolo stimolo-risposta.

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