Parlare ai bambini della dipendenza patologica dei genitori, o di un familiare è certamente difficilissimo, ma prima o poi bisogna farlo.

“Papà è un tossicodipendente”; “Mamma è in riabilitazione”; “Mia sorella grande forse andrà in comunità”. Non sono cose facili da spiegare, nemmeno a quei bambini che già da tempo si sono resi conto che in casa qualcosa non va.

In Italia si parla poco di questo tema e reperire del materiale al riguardo è davvero difficile. Questi bambini crescono affrontando temi che i loro coetanei nemmeno immaginano e il problema grave non è legato, non solo, al far capire loro cosa succede, i bambini sono molto intelligenti e intuitivi, ma aiutarli a dare dei confini ad una situazione che potrebbe distruggerli. Una volta recepita l’informazione il bambino deve sapere “cosa farne”.

Nella quotidianità questi bambini tendono ad avere più problemi nella gestione delle emozioni e dei comportamenti; sono inoltre quattro volte più esposti al rischio di sviluppare a loro volta una dipendenza patologica.

Nelle case dei dipendenti patologici i bambini sono esposti ad abusi e/o negligenze; regnano instabilità e caos, devono  imparare a difendersi per poter sopravvivere. La mancanza di equilibrio nell’ambiente di vita può produrre deficit di autocontrollo oppure forme di ipercontrollo. In tali situazioni i bambini imparano a generare da soli la spiegazione alla dipendenza patologica e al caos che regna in famiglia spesso attribuendo la colpa di quanto avviene a se stessi.

L’emotività di questi piccoli è dominata dalla confusione e dalla paura. Sono arrabbiati, ma anche leali verso il parente dipendente, questa lealtà li rende riluttanti ad aprirsi anche se vorrebbero disperatamente un aiuto. Non sono certi di meritare cure e attenzioni perché si sentono comunque colpevoli.

In questa situazione cosa può dire un genitore o un adulto di riferimento al bambino?

Scegliere il momento: una conversazione sulla dipendenza di una figura cara ha bisogno di un ambiente tranquillo, senza intrusioni o distrazioni.

Sarebbe ottimale affrontarla quando anche il dipendente patologico è pronto a chiedere e ricevere aiuto, ma questo non sempre è possibile.

È necessario spiegare al bambino che c’è un problema e si stanno comunque prendendo provvedimenti per affrontare e migliorare la situazione, spiegare anche che cosa cambierà (es: mamma andrà in comunità; oppure un genitore si allontanerà a causa di un divorzio, ecc.). è importante ripetere, arricchire e approfondire la conversazione tutte le volte che è necessario in modo da creare al riguardo un dialogo aperto e continuo.

Usare un linguaggio adeguato all’età: la scelta dei vocaboli e il livello dei dettagli che verranno forniti variano con l’età e la maturità del bambino. È importante spezzattare e semplificare i temi il più possibile (partendo da episodi della quotidianità o situazioni specifiche) usando modi e termini semplici e diretti e chiudere con un messaggio di speranza.

Dire la verità: è fondamentale essere sempre onesti riguardo al problema. I bambini sono in grado di capire se gli adulti mentono, specie in situazioni di sofferenza. Bisogna spiegare che la dipendenza è una malattia causata da un insieme di fattori tra cui genetica (secondo uno studio del 2008 il 30% della popolazione e geneticamente predisposto a sviluppare una dipendenza patologica), ambiente ed eventuali traumi passati. Proprio come le persone con il diabete i loro genitori sono malati e hanno bisogno di cure per sentirsi meglio.

Informazione e istruzione: informarsi sulla malattia della dipendenza patologica è indispensabile per essere in grado di rispondere a qualsiasi domanda i bambini possano porre. Se non si conosce la risposta è bene essere onesti e cercarla insieme.

Accogliere la sofferenza: piuttosto che aggirare, arginare o minimizzare l’impatto che la dipendenza di una figura cara ha avuto sul bambino è indispensabile validare il vissuto e l’esperienza emotiva del piccolo e fare domande aperte su come si è sentito in determinate situazioni.

La vergogna: una delle cose più importanti da capire per i bambini è che non è colpa loro. Non hanno fatto niente per far sì che i famigliari abusassero di sostanze e non dipende da loro la cura e la gestione della situazione in casa.

Questa parte può essere difficile da capire, specie se si sono sentiti accusare (“non sarei costretta a bere se tu fossi più bravo”). I bambini hanno bisogno di aiuto per capire che quello che viene detto dal genitore o famigliare è il prodotto stesso della dipendenza. Proprio come accade per il bambino anche il genitore non è in grado di controllarsi e di gestire la situazione.

Guardare le cose in prospettiva: i bambini provenienti da “case dipendenti” tendono ad idealizzare le altre famiglie senza riuscire a capire che in ogni casa ci sono storie diverse e non sono sempre belle come vengono mostrate. Purtroppo la dipendenza patologica, a differenza di altri problemi, da fuori si fa vedere e lo fa nel peggiore dei modi e questo rende difficile al bambino capire che è un problema come ce ne sono altri. Aiutarli a capire che non sono soli è un passo importante, milioni di bambini sono nella loro stessa situazione. Sono bambini normali costretti a vivere in un ambiente domestico malsano e stanno facendo del loro meglio per far fronte ad una situazione estremamente stressante.

Invitare al dialogo: dopo essere stati “disconnessi”, confusi e sballottati potrebbe essere utile per il bambino che vive con un dipendente patologico essere in grado di identificare ed elaborare le proprie emozioni. Per combattere la segretezza, la paura, la solitudine che la dipendenza patologica di un famigliare  porta con sé è importante incoraggiarli a parlare dei loro sentimenti senza critiche o giudizi.

Alcune indicazioni sul come procedere arrivano da importanti associazioni americane, le vedremo nel prossimo articolo.

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