Un nuovo documentario mostra come molteplici fattori sono stati concausa dell’autodistruzione della diva attraverso le droghe.

Dalla morte avvenuta nel 2012 della straordinaria Whitney Houston, bellissima e bravissima cantante ed attrice, le verità nascoste sulla sua vita personale continuano a essere rivelate.

Un nuovo documentario del regista scozzese Kevin Macdonald (premio Oscar nel 2000) offre una prospettiva ampliata su come, la vita della star, l’abbia condotta in maniera quasi vincolante alla sua triste fine.

Nella pellicola dedicata alla Houston si susseguono numerose interviste a musicisti, amici, membri dello staff e familiari che hanno avuto un accesso privilegiato all’artista.

Il film non si limita a spiegare come le droghe siano state fatali per la bella Whitney , ma pone una domanda più profonda che si rivolge non solo alla Houston, ma a tutti i tossicodipendenti che distruggono sistematicamente la loro vita.

Cosa causa una dipendenza così grave?

Mentre la tossicodipendenza e le droghe sono spesso il mezzo letale definitivo, il film accompagna il pubblico in una riflessione più attenta sui motivi che hanno indotto la Houston, ad utilizzare le sostanze in misura così estrema. Riflessione che potrebbe essere rivolta ad ogni dipendente patologico.

Nel caso di Whitney Houston, la sua discendenza, il sorprendente successo mondiale, il rischio di vivere la vita come un senzatetto pochi anni prima della sua morte (confermata da un dipendente della tenuta della Houston ) non è stata la conseguenza di un unico fattore. Dal punto di vista psicologico, il film suggerisce che nessun singolo fattore(il marito, la fama o altri fattori da soli) può essere considerato la causa di tali impulsi autodistruttivi così profondi e insormontabili.

Il film cita molti avvenimenti, situazioni, relazioni che insieme( cluster di eventi) hanno agito all’unisono per creare un disagio psicologico significativo e cronico nella superstar.

Una crisi di identità personale, fu infatti vittima di bullismo da parte di altri bambini neri per essere stata troppo pallida, e vittima di bullismo in seguito come adulta perché accusata di fare musica che era «troppo bianca». Questo fatto è confermato dall’atteggiamento del reverendo Al Sharpton che anni fa, chiese il boicottaggio della cantante e chiamandola «Whitey» (bianca) Houston.

Ma anche una prima parte di vita caotica in cui sua madre era in gran parte lontana da casa, interessata più alla propria carriera di cantante che alla famiglia.

Le relazioni extraconiugali sia da parte della madre che del padre che furono causa di gravi conflitti familiari.

Il ruolo fuorviante del fratello che le diede marijuana e cocaina mentre era ancora un’adolescente.

La lotta con la sua identità sessuale, ebbe, infatti, una relazione con la sua assistente che non fu libera di vivere e non fu accettata dalle persone a lei più vicine e interessate alla sua carriera. Le fu detto che doveva sposarsi per scacciare le voci relative alla sua omosessualità che avrebbero potuto rovinarle la carriera.

E ancora il padre che la citò in giudizio per 100 milioni di dollari e ,con rabbia, in un’intervista sul letto di morte, fece sapere che voleva quei soldi da sua figlia.

Presunte molestie da parte di una parente; una relazione codipendente con un uomo tossicodipendente, il marito (noto per la sua violenza) che si sentiva palesemente minacciato dal successo della moglie; il tradimento delle persone a lei più vicine che in più di un’occasione vendettero alla stampa storie o fotografie incriminanti per il proprio guadagno finanziario.

Queste ed altre situazioni illustrate nel film sono un numero enorme di tradimenti emotivi che una persona non dovrebbe subire.

In questo modo, il film mostra quanto sia universale la storia della Houston.

Nonostante la fama e la ricchezza, la donna non è stata in grado di fare fronte ai suoi impulsi autodistruttivi. Il film mostra come il potere della disperazione e degli impulsi auto-distruttivi possano raggiungere livelli devastanti per l’individuo che non vede più il valore nella propria vita. Se una persona non valuta più la propria vita, non avrà una motivazione sufficiente per cercare aiuto.

Le celebrità, specialmente quelle rare rare che raggiungono livelli astronomici di fama, affrontano pressioni e mancanza di anonimato che non sono naturali.

Una delle conseguenze psicologiche più nefaste della fama estrema è l’isolamento che porta.

Essere riconosciuti e adorati dagli estranei ovunque si vada fa sì che queste persone sperimentino una realtà che è scollegata dall’esperienza di quasi tutti gli altri.

La fama comporta pressioni, ansie, aspettative molto elevate che si amplificano se la persona ha qualche vulnerabilità psicologica significativa.

Spesso le persone famose sono note perché hanno una vita travagliata e piena di conflitti, se oltre a questo provengono da storie di famiglie caotiche; attaccamenti affettivi insufficienti, una storia di trauma; disturbi dell’umore a base biologica; e bassa autostima a causa di uno di questi o di altri fattori si può facilmente capire come si siano fatti strada gli impulsi autodistruttivi.

Alla fine della sua vita Whitney Houston, era stata ridotta ad un fantoccio dalla dipendenza dalla droga. Il nuovo documentario di Macdonald offre una lezione di empatia per al pubblico, chiedendo agli spettatori di pensare all’essere umano che sta dietro la star e al comportamento tragico e sconvolgente di qualsiasi altro tossicodipendente.

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